sabato 22 settembre 2012

Cemetery

In quel lasso di tempo che avrebbe passato a casa aveva avuto occasione di andare a trovare sua nonna.
Aveva bellissimi ricordi di lei: la domenica, come da tradizione familiare, era solito andare con mamma e papà a casa della nonna; lei indossava un vestito lungo a fiori col merletto cucito in fondo alla gonna. Ne ricordava uno in particolare, forse perché era quello che lei usava più spesso e le piaceva tanto: un vestito blu, i tre bottoni del colletto erano bianchi e solo il primo a partire dal basso era abbracciato alla sua asola, ricoperto di fiori bianchi. Gli occhiali appoggiati sul naso e sempre un sorriso sulle labbra. Ricordava ancora il suo pollo, piatto ricorrente della domenica: nessun pollo che lui avesse mangiato dopo quello ricordava lontanamente quello di sua nonna. 
Lei permetteva al nipote tutto quello che voleva, anche dar fuoco ai ramoscelli secchi nel giardino di fronte casa, sotto il grande pino. Il grande pino sarebbe stato tagliato anni dopo. 

Adesso la stava fissando, seduta in poltrona incapace di muoversi e di essere autosufficiente. La capacità da cuoca era andata persa con la capacità motoria nel lontano 1995. Quella fredda mattina di novembre, mentre in casa tutti si stavano preparando per uscire, chi per andare a scuola chi per andare al lavoro, il telefono squillò. Era la zia, chiamava per dire che nonna era stata rinvenuta a terra priva di sensi e che si trovava già su un'ambulanza verso l'ospedale. Sua nonna non sarebbe più stata la stessa dopo l'ictus. 
E adesso che lui cercava di parlarle, lei muoveva lo sguardo dal vuoto a lui, da lui al vuoto. Non sapeva più riconoscere suo nipote. Non parlava più. Lo sguardo era imbarazzato.
Non voleva metterla sotto pressione, così si alzò dalla sedia su cui era seduto, le baciò la fronte e le sussurrò all'orecchio 'Ti voglio bene nonna.', prima di uscire da quella casa e seguire sua madre e suo fratello che avevano già raggiunto la macchina.
Lei era una persona importante per lui, gli ricordava suo padre, che da lì a poco avrebbe rivisto.

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Arrivati, sua madre parcheggiò l'auto all'ingresso e tutti e tre scesero senza far troppo rumore.
Anche se aveva smesso di credere in quella religione, e forse anche in Dio, aveva pur sempre rispetto di quel luogo sacro, soprattutto perché lì lo avrebbe rivisto.
Vivendo all'estero le occasioni per andare in quel luogo erano molto rare, e andare lì era sempre un colpo allo stomaco, seguito da lacrime soffocate e un bacio su una parete fredda.
Mentre sua madre aveva in mano un fazzoletto per pulire l'epitaffio, e suo fratello fissava le due foto, lui andò a prendere l'acqua per innaffiare i fiori. Al suo ritorno sua madre aveva già finito di pulire ciò che c'era da pulire, e suo fratello era diretto alla macchina. Sua madre baciò le due fotografie, ripose il fazzoletto in borsa e disse 'Fai con comodo, noi siamo in macchina.' Annaffiò i fiori, accarezzò la foto in cui suo padre stava pescando con il volto rivolto verso l'obbiettivo, probabilmente perché richiamato da sua moglie. Già la pesca era la sua passione. 
'Papà perché peschiamo i pescetti?' 'Così oggi avremo qualcosa da mangiare a pranzo.' E sorrise. Lui insistette 'Ma non fa male ai pescetti l'amo?' Suo padre lo guardò sempre sorridendo: 'In effetti può essere che faccia loro male, ma noi peschiamo perché può rilassare i nostri animi e perché così mangiamo qualcosa di diverso dal solito.' Il padre tornò a guardare le canne da pesca e il silenzio calò.
Anche in quel momento il cimitero era deserto e silenzioso, e realizzò di essere il solo in piedi davanti al loculo dove suo padre a 1,50 m da terra, in una bara, era stato sepolto 4 anni prima. 
Il colpo allo stomaco arrivò, con le lacrime che soffocò in un sorriso appena accennato e come sempre baciò le fotografie prima di lasciare il cimitero.

Sapeva che suo padre viveva in lui e che non era lì che si trovava. Ma la fisicità di una persona viene a mancare molto spesso quand'è morta a coloro che sono rimasti. E lui non poteva non pensare che suo padre avrebbe dovuto essere a casa, e non in quel posto. Non aveva più rabbia, ma la solitudine provocata dal vuoto lasciato da suo padre era un peso che avrebbe gravato sulle sue spalle per il resto della sua vita.
Ne era sicuro, adesso che guardando fuori dalla finestra della sua camera di Londra, si chiedeva ancora una volta se un giorno la serenità, non più la felicità, sarebbe tornata a bussare alla sua porta.

venerdì 7 settembre 2012

Day





Era tornato a casa da due giorni.
Non viveva con la sua famiglia, non perché non si trovasse bene, tutt'altro, ma aveva scelto un percorso che per essere seguito richiede dei viaggi e una vita all'estero.
Così aveva prima provato il trasferimento nel lontano Oriente, in quel paese che ama, in quella metropoli da 16 milioni di abitanti: Tokyo. Tentativo sfortunato: un terremoto e una crisi nucleare lo spinsero a tornare a casa dopo tre mesi.
E così si trasferì nella Mela Europea, Londra.
Ormai era più di un anno che viveva in quella città grigia e uggiosa.
Aveva un lavoro a contatto con i giapponesi che gli permetteva di tenere viva quella lingua che aveva studiato all'università e stava frequentando un master per espandere le sue conoscenze.
Ma al momento si trovava nella sua città, nella sua vecchia casa, con la sua famiglia. E così sarebbe stato per i 20 giorni successivi.
In quel momento, mentre si preparava uno spuntino pomeridiano, un pensiero si materializzò nella sua mente. Nulla di troppo sconvolgente o scioccante. Era come se ci fosse sempre stato nel suo subconscio ma solo ora era emerso chiaro abbastanza per essere compreso.
Il ruolo che stava ricoprendo era qualcosa che 4 anni prima era già stato deciso, e che lui aveva di buon grado accettato di seguire. Forse il copione poteva essere interpretato, ma il ruolo non poteva essere cambiato. Suo fratello aveva un ruolo completamente diverso dal suo, e anche quel ruolo era stato deciso 4 anni prima.
Non era qualcosa che avevano deciso di loro spontanea volontà: sono apparsi i copioni, e loro hanno iniziato ad agire di conseguenza. Nessuno dei due era il più importante, avevano esattamente lo stesso peso, e miravano allo stesso scopo: rende la vita della loro madre qualcosa di più semplice da sopportare.
Il più grande avrebbe proseguito gli studi, e mentre cercava di realizzare i suoi sogni, persi, ritrovati, modificati avrebbe dato modo a lei di essere orgogliosa di quello che lui stava cercando di realizzare. Il più piccolo le sarebbe stato accanto per rendere l'assenza più semplice da sopportare, per quanto possibile.
E mentre finiva di mangiare quello spuntino, pensava a quanto le loro storie fossero in continua evoluzione.
Chi sa dove sarebbero arrivati.
Chi sa se il domani sarebbe stato più leggero...
O più pesante.
Ma l'unico modo che avevano per scoprirlo era andare avanti.
Non avrebbero potuto cancellare il passato, ma avrebbero potuto rinascere in una qualche nuova forma nel loro futuro...

...Una forma la cui costante è la serenità.

"'Cosa dovrei fare?' gli chiese in tutta onestà Abigail.
'Di cosa?'
'Di me, della mia vita, di ciò che mi è rimasto.'
Lui ci pensò su per un po', prima di rispondere. Il pesce continuava a dibattersi. 'Ricordo la prima volta che ho sentito dire che le uniche cose sicure nella vita sono la morte e le tasse. Ho sempre pensato che volesse dire che io sarei morto e che io avrei dovuto pagare le tasse. C'è voluto del tempo perché la mia capoccia arrivasse a capire che ciò che significava davvero era che nessuno vive senza perdere qualcuno a cui tiene. Non sai quando dovrai andartene né quando qualcuno a cui vuoi bene dovrà farlo. Quello che puoi fare è sperare che succeda il più tardi possibile.'"
('Parole sulla Sabbia', Ellen Block)