mercoledì 28 aprile 2010

Luci ed Ombre


Canzone: Cogli la prima mela, A. Branduardi


"Dove c'è molta luce, l'ombra è più nera."
(
Götz von Berlichingen, Atto I, Johann Wolfgang von Goethe)


Il tempo scorre, oggi lento, il ritmo dato dalla pioggia.

Riflettevo.
Pensavo.
Elaboravo.
Attività che faccio da qualche giorno,
attività che faccio da sempre.

Poi arriva il sabato notte,
mi domando: "Sarà mai possibile, per una volta, spegnere il pensiero? Dimenticare le emozioni? Insomma essere corpi vuotati dai pensieri e dalle emozioni? O è qualcosa che non mi appartiene?"

E sopraggiunge il Buio,
il mio Buio.

E mi scopro.
Non sono mai vuoto.
In me vivono luci ed ombre,
chiari e scuri,
speranze e paure.
E finora ciò che è emerso è solo luce, che flebile, illuminava qualche paura,
qualche ombra.

Eppure sono sempre stato io,
ho sempre saputo che vi erano conflitti in me,
come in ogni essere umano che si pone il quesito di cosa sia giusto e di cosa sia sbagliato.

Ma qui,
cade in frantumi,
specchio dopo specchio,
la mia realtà ,
pezzo dopo pezzo,
viene a mancare.

E così capisco:
ho sempre e solo nutrito la mia luce, con tutte le mie azioni, con tutte le mie speranze, con tutto me stesso...
ma qui quella luce, sabato, è esplosa:
troppa per essere racchiusa...
e il Buio
ha avuto la meglio!
Ed è stato strano,
lontano,
non mio.

E non ero Io,
o meglio non era l'Io che sono abituato a conoscere,
era l'altra faccia della medaglia,
quella che avevo paura di far emergere.

E ne traggo che mi sono sempre preccupato troppo delle conseguenze, chiedendomi cosa fosse la cosa giusta da fare.
E così mi sono sempre impedito di fare troppi errori,
lasciando passare il momento invece di viverlo.

Sciocco!
Eppure penso che molti di noi si costringano a noiose routine, ma porti sicuri in cui rifugiarsi, riducendo al minimo la possibilità di imprevisti.
Forse non ho imparato nulla e continuerà ad essere così:
ma nessuno ha un libretto di istruzioni,
e forse non c'è nulla da imparare.

- "Perchè gli uomini sono tristi? "Domanda Esther.

- "È semplice" risponde il vecchio.

"Vivono imprigionati nella loro storia personale. Tutti sono convinti che l'obbiettivo dell'esistenza sia quello di portare a compimento un piano. Nessuno si domanda se quel progetto sia il proprio, o se sia stato pensato da altri.

Le persone accumulano esperienze, ricordi, cose e idee altrui - più di quanto possano sostenere. E così dimenticano i propri sogni. "

(Lo Zahir, P. Coelho)


E ora che scopro realmente la mia dualità,
curerò quel lato che per tanto è stato celato.

Qui,
da solo,
non sapendo che strada imboccare...

"Would you tell me, please, which way I ought to go from here?"
"That depends a good deal on where you want to fet to," said the Cat.
"I don't much care where-" said Alice.
"Then it doesn't matter which way you go," said the Cat.
(Alice's Adventures in Wonderland, L. Carroll)

...ma a quanto pare non è così rilevante,
dove andare.

mercoledì 21 aprile 2010

Maschere


"Sia sul piano scientifico che su quello morale, venni dunque gradualmente avvicinandomi a quella verità, la cui parziale scoperta m'ha poi condotto a un così tremendo naufragio: l'uomo non è veramente uno, ma veramente due."

('Lo strano caso del dottor Jekyll e Mr Hyde', R. L. Stevenson)


Pioggia, freddo.
Sole, caldo.

E' il tempo che in queste mie settimane giapponesi si sta alternando, giorno dopo giorno, con una cadenza che ormai è routine.
Ed è così utile: sembra quasi che le condizioni atmosferiche mi vogliano aiutare nella comprensione di questo popolo.

Sabato sera sono andato con degli amici a ballare.
Ed è stata un'ottima serata: non solo mi sono divertito, ma ho anche avuto occasione di scoprire un nuovo aspetto dei giapponesi.

E questo mio viaggio è proprio come un libro: più lo sfoglio, più in là mi spingo in questo racconto...
Che altro non è che il mio di racconto.

Insomma abituato a tre settimane di confronto con piccoli mondi (quelli del treno ricordate?) chiusi in se stessi, e senza possibilità di contatto, sabato mi ritrovo balzato in una realtà molto diversa: il Giorno cede il passo alla sorella, che copre il più delle volte, ma che in questo caso svela: la Notte.

Sì perchè la notte qui fa cadere quelle barriere tanto alte che vengono erette durante il giorno, le inibizioni vengono a mancare, la voglia di essere emerge...
La musica, l'alcol, l'ambiente sono elementi che aiutano i giapponesi ad essere più aperti agli altri.
Mi sono ritrovato a ballare con sconosciute, fotograre persone di cui non conosco nulla, e finire in foto che mai vedrò. E tutto questo grazie all'oscurità.

E sono estasiato dal vedere che anche loro si lasciano andare.
E' stupendo vederli così aperti, così disponibili, così più simili a te, sentendoli in qualche modo più vicini.
Sì, perchè poi ci penso, e mi rendo conto che siamo tutti fatti così. Ci nascondiamo dietro maschere, lasciando intravedere solo quello che vogliamo, e a chi vogliamo.
Non è solo giapponese questo atteggiamento: in questo popolo è semplicemente più evidente.
Ma noi tutti ci adattiamo alla situazione, indossando secondo il caso, la maschera che più riteniamo opportuna, quella che fa emergere la parte di noi che vogliamo mettere in luce in una data situazione.

E qui mi domando se mi sia possibile vivere senza, abbandonare in questo viaggio, un po' alla volta, tutte quelle mashere che negli anni sono venute in mio aiuto, per diffendermi da ciò che ritenevo potesse ferirmi.


" 'Who are You?' said the Caterpillar.
This was not an encouraging opening for a conversation. Alice replied, rather shyly, ' I - I hardly know, Sir, just at present - at least I know who I was when I got up this morning, but I think I must have been chenged several times since then.'
' What do you mean by that?' said the Caterpillar, sternly. 'Explain yourself!'
'I can't explain myself, I'm afraid, Sir,' said Alice, ' because I'm not myself, you see.' "

('Alice's Adventures in Wonderland, L. Carroll)


P.S.: Dedicato a F..

giovedì 15 aprile 2010

Solitudine è...





E se sei qui ti chiedo di ascoltare la canzone, mentre leggi.


"E' uno specchio, questo mare.
Qui, nel suo ventre, ho visto me stesso.
Ho visto davvero."
(Oceano Mare, A. Baricco)


Ieri in metropolitana, ascoltavo Mozart, leggevo Baricco.
Solo
come ogni giorno,
Solo.
Fermata a cui devo scendere, ripongo il libro nello zaino.
Penso a quello che ho appena letto, e un mio pensiero viene a galla.
Una freccia scagliata dal mio subconscio al mio Io.
Un lampo.

"E nella solitudine scopro l'abisso che celo dentro di me.
Realizzo che mi faccio scudo con il mio bel visino,
quanto basta per lasciar creder di essere superficiale,
quanto basta per non lasciar avvicinare le persone.
Perchè lasciarle avvicinare troppo potrebbe ferirmi.
Sono io che avvicino, e se è troppo
allontano."

Sì.
E' così.
Non ho mai permesso a nessuno di tuffarsi in me.
E so perchè.
Custode geloso di chissà quale tesoro.

Paura di donarlo.
Paura.

"Sai cos'è bello, qui?
Guarda: noi camminiamo, lasciamo tutte quelle orme sulla sabbia, e loro restano lì, precise, ordinarte. Ma domani, ti alzerai, guarderai questa grande spiaggia e non ci sarà più nulla, un'orma, un segno qualsiasi, niente.
Il mare cancella, di notte.
La marea nasconde.
E' come se non fosse mai passato nessuno. E' come se noi non fossimo mai esistiti. Se c'è luogo, al mondo, in cui puoi pensare di essere nulla, quel luogo è qui.
Non è più terra, non è ancora mare.
Non è vita falsa, non è vita vera.
E' tempo.
Tempo che passa. E basta.
Sarebbe un rifugio perfetto. Invisibili a qualsiasi nemico. Sospesi. Bianchi come i quadri di Plasson. Impercettibili anche a se stessi. Ma c'è qualcosa che incrina questo purgatorio. Ed è qualcosa da cui non puoi scappare.
Il mare.
Il mare incanta, il mare uccide, commuove, spaventa, fa anche ridere, alle volte, sparisce, ogni tanto, si traveste da lago oppure costruisce tempeste, divora navi, regala ricchezze, non dà risposte, è saggio, è dolce, è potente, è imprevedibile.
Ma soprattutto: il mare chiama.
Lo scoprirai, Elisewin.
Non fa altro, in fondo, che questo: chiamare. Non smette mai, ti entra dentro, ce l'hai addosso, è te che vuole. Puoi anche far finta di niente, ma non serve. Continuerà a chiamarti.
Questo mare che vedi e tutti gli altri che non vedrai, ma che ci saranno, sempre, in agguato, pazienti, un passo oltre la tua vita. Instancabilmente, li sentirai chiamare.
Succede in questo purgatorio di sabbia. Succederebbe in qualsiasi paradiso, e in qualsiasi inferno.
Senza spiegare nulla, senza dirti dove, ci sarà sempre un mare, che ti chiamerà."
(Oceano Mare, A. Baricco)


Ed è qui, adesso, il mio mare.
Questa metropoli dai ritmi frenetici.
Tokyo, il mio mare.
Gettato nella solitudine,
tra milioni di persone.
Ed è piacere.
Nulla che mi possa identificare come Ivan.
Nulla in cui potermi identificare come Ivan.
Nulla che mi ricordi che sono Ivan.

La solitudine non fa male.
So che lo dico perchè è una solitudine dai giorni contati.
A giugno, quando prenderò quell'aereo per tornare a casa, la mia solitudine non partirà con me.
Le sue radici, che ora sono piccoli fili semi invisibili, saranno ormai robuste braccia ancorate a questo mare.
Ma mi piace udire, guardare, annusare, toccare, provare, come mai mi era capitato.
Questioni e problemi che mi riguardano e con cui sono partito, sono rimasti a casa, in standby.
Aspettano il mio ritorno.

Ma ora, qui , vivo.
Sono semplici emozioni.
Ma vissute.
E il tempo lo sento correre.
Ed è un bene.
Dice che non aspetta, lui.
Ed è giusto così. Se sapessi di aver tempo indeterminato per stare qui, aspetterei.
Cosa non lo so, ma aspetterei.
Mi direi posso farlo domani, o un altro giorno.
Ma qui non posso. Esiste solo
oggi.

E amo questa solitudine.
Mi ha fatto scoprire la bellezza.
Sì.

"Catturare i fiori di ciliegio,
schiacciandoli tra le pagine di libri,
mi ha fatto capire che
la bellezza è tale
perchè non dura."

Ma anche nell'attesa vi è bellezza perchè, prima o poi, svanisce.

Sono solo.
Ma è sciocco da dire.
Forse sarebbe meglio dire che per la prima volta, finalmente, sono in compagnia di me stesso.
E sono solo all'inizio di questo abisso,
Sceso di uno scalino dentro di me.
La solitudine che tanto ho temuto alla mia partenza si sta rivelando un'affidabile alleata.
Ella mi pone nella condizione di apprezzare, di sentire, di essere, di vivere.

... bellezza.

"Volevo dire che io la voglio, la vita, farei qualsiasi cosa per poter averla, tutta quella che c'è, tanta da impazzirne, non importa, posso anche impazzire ma la vita quella voglio prendermela, io la voglio, davvero, dovesse anche fare un male da morire è vivere che voglio. Ce la farò, verò?"
(Oceano Mare, A. baricco)





P.S.: E questo post lo voglio dedicare a persone che mi sono vicine, e che possa essere loro d'aiuto in questo momento: ad A., a B., a D. e a G..




domenica 11 aprile 2010

Treno e parco: anonimato e centro dell'attenzione





Martedì.
Tra le 9.30 e le 9.40 (ora locale).
Tratta Tachikawa-Nakano, treno JR.
Il mio sguardo perso nei volti dei passeggeri.
Una moleskine, una penna, e i miei pensieri.

E questo è quello che quel mattino in treno pensavo:
"Ognuno di loro vive la propria realtà: chi con il naso infilato in un libro o nel quotidiano, chi non distoglie lo sguardo dal cellulare, chi tenta un breve approccio con Morfeo e il suo mondo, chi si isola ascoltando il proprio lettore mp3. Nessuno degna di uno sguardo il proprio vicino, e se accade sono molto discreti nel farlo.
Ognuno chiuso nel proprio piccolo mondo, partecipe della collettività."

E poi:"E ognuno facendo il proprio dovere, partecipa alla collettività. E tu, tu occidentale, affascinato da questo popolo e interessato alla loro collettività, ne vieni naturalmente escluso, ti senti isolato, solo. Non vi è quello sguardo a cui sei abituato, di cui per quanto dal tuo lato del mondo possa far male, necessiti. Non uno sguardo. Non uno!"

Cambio di scena.
Oggi.
Harajuku.
Parco Yoyogi.

Mentre cammino per il parco mi fermano due ragazzi.
Uno con una macchina fotografica professionale, enorme.
Ci chiedono di fare delle foto.
La mia amica rifiuta, io in piedi come un ebete mi faccio riprendere.
A quanto pare è cosa comune qui. Se sei straniero. Ti fermano e ti fanno delle foto che poi caricheranno su internet in qualche sito.

Due lati che si completano, ancora una volta.
Dall'essere completamente anonimo in un treno, pigiato tra mille altri corpi, con un minimo di aria respirabile, all'oggetto di scena di qualche scatto di un qualche fotografo sconosciuto.

Non li comprendo. Rimango basito.
Forse il fascino sta proprio in questo, non capire.
Loro ti guardano, ma non ti guardano.
Tu non sai...
Come il sole dietro le nubi, c'è ma non lo vedi...


Poichè ha vissuto intensamente la propria vita,
l'erba secca richiama ancora l'attenzione di chi passa.
I fiori semplicemente fioriscono,
e lo fanno nel miglior modo possibile.
Poichè nessuno vede il giglio bianco nella valle,
egli non deve dare spiegazioni a chicchessia:
vive solo per la bellezza.
Gli uomini, però, non possono convivere con il "solo".

Se i pomodori volessere essere meloni
si trasformerebbero in una farsa.
Mi sorprende davvero tanto
che molta gente si impegni
per voler essere chi non è:
che piacere si può provare trasformandosi in una farsa?

Tu non hai bisogno di fingere che sei forte,
non devi sempre dimostrare che tutto sta andando bene,
non puoi preoccuparti di ciò che pensano gli altri.
Se ne avverti la necessità, piangi:
è bene che tu pianga fino all'ultima lacrima
(poichè soltanto allora potrai tornare a sorridere).

(Mitsuo Aida)




lunedì 5 aprile 2010

Hanami e gli “opposti complementari”



"Che roba! Roba dell'altro mondo! Tutto il mondo, oggi, è roba dell'altro mondo! E pensare che fino a ieri le cose avevano un capo e una coda! E se mi avessero scambiata stanotte? Vediamo un po': stamattina, quando mi sono svegliata, ero proprio la stessa? Mi sembra di ricordare che un po' diversa mi sentivo, sotto sotto. Ma se non sono la stessa, allora domando e dico: chi cavolo sono? Ah, questa sì che è una domanda da centoventidue milioni"
(Alice nel paese delle meraviglie, Lewis Carroll)

Una notte passata senza dormire, e una giornata di pioggia sono segnali piuttosto evidenti del dover lasciar scorrere i propri pensieri su carta, slegandoli da quelle catene che risiedono nella nostra mente e che con avidità stringe a sé per non lasciarli andare.E' da un po' che pensavo a quale sarebbe stato il post successivo, e soprattutto se ve ne sarebbe stato un ulteriore: avrò qualcosa da raccontare? Riuscirò veramente ad avere un contatto più intimo con me stesso? E soprattutto, riuscirò a renderlo a parole?Sinceramente non l'ho saputo fino a questa notte. Il mio primo week-end giapponese si è diviso tra il viaggio e l'arrivo, il sonno e il riposo, la natura e me stesso.

Sta di fatto che sabato, dopo 18 ore di viaggio, ho chiesto alla famiglia che mi ospita di fare un giretto per il quartiere, giusto per imparare la strada che da casa mi conduce sino alla stazione da cui prendere un treno per arrivare alla scuola di lingua. Nel percorso mi sono imbattuto in qualcosa che non avrei mai potuto immaginare: ciliegi in fiore . Vi domanderete che c'è mai di strano nel vedere ciliegi in fiore agli inizi di primavera? Nulla se non fosse che il parco vicino al quale stavamo passeggiando era colmo di questi alberi spettacolari, dove il rosa e il bianco predominavano sul tutto.

In Giappone esiste questa usanza, le cui radici affondano addirittura nell'epoca Nara, che si chiama Hanami. Credo che le traduzioni che si usano per definirla riducano a semplici parole la vera essenza di tale trazione. 'Hanami' lo si può tradurre come “osservare/ammirare i fiori”: 'hana' infatti significa “fiore”, mentre 'mi' deriva dal verbo miru, “guardare”. Sta di fatto che diviene una tradizione in epoca Edo, nel momento in cui i festeggiamenti dell'arrivo della primavera non si riducono al solo palazzo imperiale e alla nobiltà che vi gira attorno, ma si estende anche agli altri ceti. Da lì hanno inizio i festeggiamenti sotto gli alberi di ciliegio, in compagnia degli amici, bevendo sake e mangiando gli obento (una specie di cibo al sacco), cosa che tutt'oggi succede.

Vedendo il parco da fuori non potevo però godere della vera bellezza dell'hanami, cosa che avrei scovato solo entrandovi. Notando la mia emozione nel vedere questo accenno di bellezza, la madre mi chiede se volessi entrare, e ovviamente, con un cenno del capo, smorzato dall'eccitazione, ci siamo avviati verso l'ingresso. Il parco era ricoperto di fiori: un manto verde, che in più punti mostrava colori accesi e vivaci, cosa che non si notava dall'esterno. Sul prato che brillava alla luce del sole centinaia di persone correvano, giocavano, parlavano, bevevano o semplicemente si godevano il momento standosene sdraiate al sole.; e muovendosi verso l'interno del parco, dove vi era la foresta di ciliegi, altre persone consumavano cibo e bevande, senza limiti di età, senza limiti di orario, senza alcun tipo di limite: spensierati e contenti di essere lì, in quel momento. E poi vi era un'altra entrata, nel cuore del parco, più intima: passata la soglia calava il silenzio. Sì le voci, le urla, i rumori del parco venivamo sempre più affievolendosi penetrando in questo cuore. Al suo interno innumerevoli bonsai circondati da canne di bambù, un lago, e su di esso, una piccola palafitta, se così la si può definire. E se prima si godeva del movimento, del suono, del colore, qui invece si gode della calma, del silenzio e dei toni più tenui. E così il parco si trasforma in metafora perfetta dell'uomo: un esterno rumoroso, vivace e visibile, un interesse di superficie, da gustare con lo sguardo, da sentire con l'orecchio; e poi il cuore, l'intimo dell'individuo, quella parte di sé che a pochi si mostra, una parte più nascosta, che si può solamente ascoltare, con calma, indagandola con interesse. E così noto come elementi tra loro che finora sono stati solo opposti, ora si completino, siano uno necessario all'altro per essere compresi: il silenzio e il rumore, il movimento e la calma, la forza e la debolezza.

E così comprendo che il mio essere forte è quell'involucro di superficie, quello più visibile, che richiede meno sforzi, meno interessante perché facilmente individuabile e analizzabile; ma quello che l'involucro ricopre, il suo opposto, è la sua parte mancante: la debolezza.Quella debolezza che poche persone hanno realmente visto, quella debolezza di cui poco mi vanto, e che poco sfoggio perché vista sotto la luce sbagliata. Qualcosa da nascondere, non da mostrare, non capendo che forse, per farmi veramente conoscere, avrei dovuto mostrare anche questo lato buio, rendendo meno 'corazza' il mio involucro esterno.

Necessito della mia parte mancante, questo è sempre stato chiaro a me e a chi mi conosce, ma forse non ho ancora trovato il giusto ingranaggio perché mostravo solo parte del meccanismo, nascondendo quella parte più interessante, per quanto inquietante e buia potesse essere...

"Alla sera"


Forse perché della fatal quiete
tu sei l'immago a me sì cara vieni
o Sera! E quando ti corteggian liete
                            le nubi estive e i zeffiri sereni,                           4

    e quando dal nevoso aere inquiete
tenebre e lunghe all'universo meni
sempre scendi invocata, e le secrete
                            vie del mio cor soavemente tieni.                       8

    Vagar mi fai co' miei pensieri su l'orme
che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
                      questo reo tempo, e van con lui le torme                  11

    delle cure onde meco egli si strugge;
e mentre io guardo la tua pace, dorme
quello spirito guerrier ch'entro mi rugge. 14

(Ugo Foscolo)



giovedì 1 aprile 2010

Un incipit di fine

Canzone da ascoltare: Temporale, Jovanotti

“Nel mezzo del cammin di nostra vita

Mi ritrovai per una selva oscura

Ché la diritta via era smarrita.”

(Divina Commedia, Inferno Canto I, Dante Alighieri)


Questo sarà il primo, e caso vuole ultimo, post che scrivo dalla madrepatria. Sto per intraprendere un viaggio che non sarà solo fisico, visto che mi sposterò dal continente europeo a quello asiatico, ma anche un viaggio meno visibile, più profondo, più personale: introspettivo insomma.

Imprigionato e sospeso in quell’età di mezzo chiamata comunemente adolescenza, con pochissima voglia di crescere, e quindi di assumersi responsabilità e rischi maggiori, nell’età in cui però si hanno grandi sogni, definiti ‘utopie’, e speranze nel futuro e nel genere umano, cercherò di capire veramente chi sono crescendo. Pochissimi gli elementi a mia disposizione per intraprendere questi viaggi: una metropoli popolata da circa 13 milioni di persone, conosciuta come Tokyo; Alice di 7 anni, dotata della follia dell’immaginazione e del sogno, quella di cui tutti i bambini sono dotati in maniera smisurata, e Veronika, una ragazza di 24 anni che comprese che la vera follia non è quella di tentare il suicidio, ma quello di vivere rischiando. E ovviamente, me stesso.E con questo piccolo bagaglio di aiuti, abbandonerò la Realtà che da ormai 21 anni si è costruita, e che in qualche modo ho contribuito a costruire, intorno a me, vivendo una quotidianità che non è la mia. Tutti i miei riflessi abbandoneranno gli specchi che occupano, per essere liberi dai vincoli degli anni, delle esperienze, delle persone che hanno attraversato finora la mia strada.

“Lo stormo, terrorizzato, si alzò in cielo, come una nube di fumo sprigionata da un incendio. […] Scura nel cielo, senz’altra meta che il proprio smarrimento.” (Seta, Alessandro Baricco)

Con il coraggio di perdermi in me stesso, per poi, forse, ritrovarmi …